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Posted by Giada Cappa dietro le quinte della ristorazione

Storia di Giada che voleva lavorare nei ristoranti

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Di Giada Cappa

Ventotto anni e gli ultimi sette nella ristorazione.
In questo periodo mi hanno pagato nei modi più svariati. Chi ha lavorato nel settore potrà capirmi.
A partire dallo stage scolastico, mi sono impegnata duramente e per i quattro anni seguenti ho portato avanti l’idea che questo fosse ciò che volevo fare della mia vita.
Ho iniziato la mia avventura in un hotel con un ristorante molto carino, presente sulla Guida Michelin con due forchette.
Dopo il periodo di tirocinio formativo, mi viene riconosciuto il merito e mi viene richiesto di continuare l’esperienza. Così colgo l’opportunità al balzo. Per me è una grande occasione e sinceramente ho voglia di crescere: do piena disponibilità e vado anche se mi viene comunicato all’ultimo minuto. Mi occupo della reception dell’hotel, preparo le colazioni, svolgo la mansione di cameriera come quella di aiuto-cuoca, a volte faccio entrambe le cose durante il servizio. Mi dedico anche alla gestione della cantina del ristorante, do una mano nella preparazione delle camere. L’importante è imparare l’arte e metterla da parte.
A ventitré anni, non mi sono posta il problema della remunerazione di 8 euro l’ora in nero, di un voucher solo per servizio quando le ore in realtà sono molte di più. Tanto la pensione è lontana e questo è l’ultimo dei miei problemi. Non c’è niente di più comodo che il soldo tintinnante in tasca.
In un freddo lunedì di dicembre, mentre tornavo da una cena da amici, un ragazzo invade la mia corsia e colpisce in pieno l’auto che stavo guidando, rischiando il frontale. L’incidente stradale mi causa una frattura al piede, così resto ferma per due mesi senza occupazione e senza nessuna entrata. Quanto ho rimpianto un contratto in quel momento. Intanto, al ristorante vengo sostituita con un’altra cameriera.
Passati i due mesi di recupero, torno sul posto di lavoro e mi impongono di fare a turno con la nuova ragazza e di dividerci i weekend del mese: finisco per fare servizio solo poche volte, con una paga totale di 60, massimo 70 euro mensili.
Dopo un periodo abbastanza estenuante dovuto a questa situazione, appare all’orizzonte una nuova opportunità: i gestori pensano di aprire un nuovo locale e stavolta le cose si fanno in regola. Menomale, a ventisei anni il mio bisogno di sentirmi indipendente si fa sentire notevolmente. Comincio a pensare che potrei comprarmi un’auto e pagarmi le tasse universitarie da sola, ma i miei piani si materializzano in niente. Dopo un mese e mezzo di chiacchiere, l’idea della nuova location sfuma, la collega si dimette e finalmente torno al mio impegno “a tempo pieno”. Questa volta però, con l’amaro in bocca per i progetti andati all’aria, richiedo comunque il contratto che mi è stato promesso.
Grave errore da parte mia illudermi.
Mi viene offerto l’apprendistato: 6 euro e 50 l’ora, ultimo livello di inquadramento e con un numero di ore, definite dal contratto, che non sarebbe stato assolutamente rispettato.
Quattro anni di “vogliamo farti crescere”, “stiamo investendo su di te” e “contiamo sulla tua persona” che vengono ricambiati con la qualifica più bassa e un “bella grazia, perché mi tocca anche di pagare il corso per farti formare”.
Chi si occupa di ristorazione vive una vita basata sull’insicurezza: si aspetta che il telefono squilli per fare qualche ora in nero. Si finisce per sentirsi inutili perché se non si dice di sì, qualcun altro lo farà al nostro posto e accetterà queste condizioni, in cui non si ha nessun diritto e nessuna assicurazione, dove gli orari sono duri e non ci si può ammalare. Si è totalmente rimpiazzabili e senza valore, nemmeno quello che tempo ed esperienza ti danno.
Come dice Leonardo Lucarelli nel suo romanzo “Carne Trita”, siamo spacciatori di lavoro a buon prezzo.
Io però non ci sto, non più.

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7 thoughts on “Storia di Giada che voleva lavorare nei ristoranti

  1. MENSAH DADMCHONEST
    MENSAH DADMCHONEST
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    GIADA CAPPA TU ERI LA MIA COMPAGNA DI CLASSE/SCUOLA , ERI MOLTO CREATIVA NELLA MUSICA E ARTE
    ERI PIENO DI TALENTO non dimentico la tua capacita’sul SKATE
    second me TU SEI STATA SEMPRE UNA INSPIRAZIONE nella mia vita…sei superb ..#

  2. GIANLUCA
    GIANLUCA
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    la soluzione quale sarebbe allora? Ribadisco che fino a che non ci sia un sindacato dedicato alle figure della ristrazione e degli hotel questa e la minestra che dobbiamo mandare giu se no la soluzione e’ la finestra. In italia ci sono posti ricoperti da stranieri pagati meno del tuo cache gli alberghi e ristoranti se ne approfittano tutto a discapito della categoria sopra elencate. Sono anni che mi batto ma e ‘ un muro di gomma

    1. Francesco
      Francesco
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      La soluzione é organizzarci e fare un sindacato per noi giovani del terziario . Quello che racconta Giada vale anche per chi lavora nella comunicazione, nello spettacolo e non c’é nessuno cha abbia il coraggio di metterci mano. Non mi interessa cosa facciano o no gli stranieri: non é questo il tema. Gli stranieri che lavorano nell’industria vengono assuni a CCNL. Perché nell’industria il sindacato c’é. Ma, siccome non capisce ció che c’é fuori dalla fabbrica, di noi se ne sbatte. Allora, propongo di cominciare a ragionare se non sia il caso di costruire un sindacato ad hoc per noi che viviamo quotidianamente le situazioni descritte da Giada

      1. Pollyanna
        Pollyanna
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        C’è la Filcams Cgil . Ma ricordatevi che un sindacato da solo non interviene se non c’è nessuno che segnala una situazione anomala

    2. Pollyanna
      Pollyanna
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      Filcams Cgil . M

  3. Valerio Angelino C.
    Valerio Angelino C.
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    premesso che di sindacati che ne sono quanti ne volete, basta denunciare e trascinare tutti in tribunale,….ma la vera domanda è…..secondo voi questa è la soluzione? belli illusi e sognatori se ne siete convinti colleghi miei che i sindacati si preoccupino dei nostri problemi di vita e futuro! Quindi la domanda successiva potrebbe essere:-“ok, allora qual’è un’altra strada?”. Non c’è….banale, caustico e palase: l’unica alternativa è quella di continuare a girare cercando prima o poi di capitare in mnao a qualcuno che non sia un vergognoso sfruttatore non del nostro lavoro, non delle nostre capacità, neoppure del nostro tempo,…am DELLE NOSTRE VITE,…perchè come ben racconta Giada, chi fa il nostro lavoro (giusto o sbagliato che sia) ci mette la propria vita di mezzo…..

  4. Niki
    Niki
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    me ne sono andata ieri dal locale dove lavoravo.mi hanno portata via dalla concorrenza con l’illusione del “ti faraemo crescere,investiremo su corsi e formazione”.sono finita a fare la porta piatti con un contratto a chiamata e con uno chef che non vedeva l’ora di infilarsi nelle mie mutande.basta con persone che si improvvjsano imprenditori delka ristorazione!

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