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Posted by Francesca Chiades social food

Selvaggia: influencer, ma non troppo

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di Francesca Chiades

10 domande a Selvaggia Lucarelli: opinionista de Il Fatto Quotidiano, personaggio televisivo, blogger.

Più di un milione di seguaci su Facebook. Più di 270mila follower su Instagram. La sua opinione ha un valore sul web e sulla carta stampata.
Quando hai aperto il tuo blog, che scopo gli hai dato?
Nasce nel 2002, è stato uno tra i primi in Italia. Proprio il 30 aprile, anniversario della nascita di Internet: curioso, no? Un amico sapeva che ero una follower accanita di “Mumble mumble”, il blog di Jovanotti, e che scrivevo sui forum.  Quindi l’ha creato e me l’ha regalato. Mi è sempre piaciuto scrivere e condividere, anche se non avevo mai avuto il coraggio di farmi conoscere attraverso la scrittura. E così ho aperto il mio “diario segreto da adulti”, dove si faceva quello che poi oggi si fa sulla bacheca di Facebook.
Quale pensi sia stata la chiave del successo?
Parlavo di televisione in modo sarcastico, divertito. E all’epoca non lo faceva nessuno. Non si pensava a smontare i miti, spesso molto contestabili, che si vedevano sul piccolo schermo. Ho attirato l’attenzione dei lettori con la satira. Ricordo che il primo post diventato virale fu una critica alla copertina di un magazine maschile molto sessista.
Oggi il tuo blog quanto conta nel tuo lavoro?
Il mio blog è fermo. Ormai è stato sostituito dai social network. Ci sono altri che ancora lo tengono per ragioni commerciali. Sul mio, ad esempio, non investe nessuno. Su Facebook non si capitalizza. Ma se i tuoi profili social hanno un valore, anche economico, le aziende lo riconoscono e allora arrivano gli sponsor. Nel food blogging di oggi funziona così. È pieno di testimonial occulti. Alla fine è una forma di pubblicità sicura, rapida, molto economica e soprattutto settoriale. Più mirata di così non si può. Poi, sta a chi ci mette la faccia fare una cernita e accettare le proposte per prodotti che più si addicono al proprio stile, senza prendere tutto quello che viene.
Quindi, a cosa serve il blog di questi tempi?
Chi vuole guadagnare dal web deve avere un blog: è l’unica piattaforma che ti permette di capitalizzare dalla pubblicità. Io lavoro per Il Fatto Quotidiano, quello è il mio stipendio, ma da Facebook non si guadagna. Al di là del product placement, della marchetta più o meno velata, non ci arrivi a fine mese se non lavori con la pubblicità sul web.
E gli utenti? Riconoscono le “marchette”?
Gli utenti di oggi sono più sgamati, capiscono quando si tratta di marchetta. Poi qualcuno fa pubblicità in maniera molto evidente. Basti pensare a quel beverone che compare nelle foto di tutte le star: è lampante che sono sponsorizzate. Qualcun altro invece riesce ancora a mascherare. Però, molti utenti non sono interessati a sapere se il blogger viene pagato. Oppure, semplicemente non si fanno tante domande.
E secondo te bisognerebbe dirlo chiaramente?
Ci si domanda sempre di più se sia giusto. Certamente è più corretto dichiarare che si sta facendo pubblicità. Che quel prodotto per pulire la cucina o quello shampoo tutto naturale messo nei post non sono là per caso. La televisione si è data un codice preciso: in coda al programma compaiono i loghi degli sponsor. All’azienda non cambia che sia palese oppure no. Piuttosto, se io fossi un food blogger, starei attenta a quello che accetto di pubblicare e mi guarderei bene dal fotografare un prodotto scadente, perché ne andrebbe della mia autorevolezza.
Secondo te, chi è un influencer?
Premetto che non mi dispiace questa parola: non c’è altro modo per definire personaggi che esercitano, appunto, un’influenza. Sono persone che creano opinione, riescono a darle una direzione, anche spaziando tra argomenti vastissimi. E io personalmente sento di creare opinione. Non dico sia sacrosanta, ma fa accadere qualcosa. Se vado in un ristorante e pubblico qualche foto, la volta dopo mi ringraziano, perché il mio post ha creato afflusso di clienti.
Spesso le blogger parlano di prodotti costosi, che non tutti possono permettersi. Qual è il senso?
A volte ti offrono un prodotto e ti chiedono solo di pubblicare qualcosa in cambio. In altri casi, ti recapitano un qualsiasi regalo e tu ti senti in dovere di ringraziare. Ma perché mi fa piacere dire grazie, non perché me lo chiedano. C’è chi va in vacanza gratis e in cambio cita chi lo ospita, perché dà visibilità all’azienda. Se hai tanti follower, almeno tutti loro vedranno il tuo post, ed è già qualcosa per chi vuole farsi pubblicità. E poi, credimi, il famoso processo emulativo funziona. Succede anche a me che alcuni vogliano andare in un ristorante perché ci sono stata io o avere una maglietta che indosso anche io.
Ma così non si rischia di mercificare ogni momento della propria vita?
Certo, bisognerebbe trovare una misura. Io non amo mercificare quello che faccio nella vita, perché penso che non tutto possa avere un cartellino attaccato sopra. Programmare la giornata in base a tag e ringraziamenti non lo farei. Sarebbe una marchetta continua. Alla lunga perdi la credibilità e le aziende dovrebbero tenerlo presente. Se una food blogger inizia a propormi di tutto, non posso più fidarmi. Troppo chiaro che si tratta di un interesse economico e non di una scelta personale.
Credi che l’influencer sul web sia l’evoluzione dell’opinionista della televisione?
Si, direi di si, in modo diverso.Io vengo chiamata in televisione a parlare di quello di cui scrivo, ma la mia opinione ha un valore perché compare sulla carta stampata e sui miei post, non nasce per poi morire in un salottino televisivo.

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