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Posted by Silvia Sartor marketing

L’oro nero del marketing

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di Silvia Sartor

Packaging attraenti ma ingannevoli. Capita troppo spesso che i prodotti dell’industria alimentare presentino informazioni non del tutto corrette.
Guardate la foto qui sopra. Vi convince il messaggio riportato sulla confezione?
Noi abbiamo chiesto il parere di Dario Bressanini, chimico, divulgatore scientifico e scrittore.
– La quinoa e il grano saraceno sono cereali?
Cereale non è una definizione botanica, ma un nome più o meno comodo. A seconda della tradizione, l’uso può includere o meno certe piante. Cereale deriva da Ceres, dea romana delle messi. E il nome per un po’ ha indicato i semi di piante che, essiccate, davano come risultato una farina. Da circa un secolo, si usa restringere il termine cereale alle graminacee: tutti i generi di grano compresi il riso e il mais. Ma, tendenzialmente, si escludono altri semi che sono usati per fare farine come la quinoa e il grano saraceno.
– È corretta la dicitura grani antichi per indicare quinoa, farro e grano saraceno?
Dunque, posto il fatto che anche se una cosa è “antica” non significa che sia “meglio”, c’è un po’ di confusione in giro. Perché si usa il termine “antico” con due accezioni diverse.
Diciamo subito che stiamo parlando di grani, cioè di specie del genere triticum, che comprende il grano duro, quello tenero, varie tipologie di farro e così via.
Nella prima accezione si intendono “antichi” tutti quei semi che sono nati prima cronologicamente. Da questo punto di vista il più antico è il farro monococco.
12.000 anni fa, lo si usava e lo si coltivava. Sino a quando non venne soppiantato dal farro dicocco. Successivamente, a seguito di una mutazione genetica, ci fu il grano duro. E poi, 8.000 anni fa, da un incrocio col farro e un’erba selvatica, nacque il grano tenero.
Quindi, se proprio volessimo fare uso di questa terminologia (minoritaria ma presente nella letteratura scientifica), dovremmo dire che grano tenero e grano duro (le specie) sono “moderni”. Che il farro monococco è “antico. Che il farro, il farro dicocco e il farro spelta sono “intermedi”.
Ma è chiaro che il farro monococco che mangiamo ora non è quello di 12.000 anni fa, perché si è continuamente evoluto e modificato.
– E l’altra accezione?
Vi fa ricorso chi vuole far passare per miracolose varietà vecchie di frumenti, che sono state abbandonate in favore di altre perché avevano dei difetti. Secondo questa definizione, “antiche” sarebbero le varietà di grani (duri e teneri) che avevano una resa piuttosto bassa rispetto a quelle di oggi. E che sono state sviluppate prima della rivoluzione verde: diciamo negli anni Cinquanta-Sessanta. Stando a questa lettura, del tutto arbitraria, il Senatore Cappelli è un “grano antico”, per esempio, mentre il Simeto è un “grano moderno”.
– Non è così?
Dal punto di vista genetico, tutti questi grani sono “moderni” e non ha senso distinguerli. Ho sentito qualcuno sostenere che i grani antichi abbiano meno glutine o facciano “meno male”, ma è una fesseria. La letteratura scientifica non dice questo.
– E la quinoa è antica?
Beh, è stata domesticata come tutto quello che mangiamo. E di sicuro quella di oggi è diversa da quella di 4.000 anni fa. Inoltre, non disponiamo di un albero genealogico che ci consenta, come nel caso dei frumenti, di stabilire chi è padre e chi è figlio o nipote. Qui non c’è niente. Sarebbe come dire che il cetriolo o il peperone sono “antichi”. È privo di senso.

Perfetto. Ringraziamo Bressanini e torniamo alla nostra foto.

In sintesi: grano saraceno e quinoa non sono propriamente cereali. Mentre l’aggettivo “antichi” è per lo meno azzardato.
Perciò, quando ci troviamo a fare la spesa, stiamo attenti. Le certezze strombazzate sulle confezioni non sono da prendere per oro colato. Semmai, è l’oro nero del marketing.

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