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Posted by Alessandra Molinaro le mafie e la ristorazione

Agromafie crescono: incremento del 30% nell’ultimo anno

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di Alessandra Molinaro

Dieci domande a Ettore Prandini, Presidente Coldiretti Lombardia.
Coldiretti, nel 2011, in collaborazione con Eurispes ha dato vita al 1° rapporto sui crimini agroalimentari in Italia. Nel 2014, ha promosso e fondato l’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare.
Partiamo dal principio. Cosa si intende per agromafia?
Per agromafia s’intende tutta quella attività che nell’ambito agroalimentare viene svolta, gestita e controllata in modo illecito dalla criminalità organizzata.

Come mai il settore dell’agroalimentare fa così gola?
Il comparto agroalimentare genera da sempre sviluppo economico in Italia. E oggi è un settore produttivo in crescita. Così, ogni anno, aumenta anche l’investimento della mafia. Le agromafie si annidano in tutta la filiera, dalla coltivazione alla vendita, ma l’interesse è sempre più legato alla fase di trasformazione o alla ristorazione. Dove, cioè, si attua più facilmente un’operazione di riciclaggio del denaro che viene gestito dalla malavita organizzata. La cronaca ne ha parlato proprio nei giorni scorsi.

Si riferisce al caso del ristorante Assunta Madre di Roma chiuso per riciclaggio?
Preferisco non parlarne. Ci sono delle indagini in corso.

Di quanto è aumentato il volume d’affari?
Ogni anno il valore in termini economici lievita in modo sostanziale. Siamo arrivati, oggi, a valutare l’attività in 30 miliardi di euro. Nel 2016 erano 21,8 miliardi. C’è stato un incremento del 30%. Un dato che preoccupa e spaventa.

Cosa si può fare per fermare questo aumento esponenziale?
Il nostro Osservatorio ha presentato al Ministero di Grazia e Giustizia la proposta di normare i reati commessi in tale settore in modo diverso rispetto al passato: prima avevamo semplicemente sanzioni economiche e poco più. Noi, invece, riteniamo che gli illeciti commessi non possano prevedere soltanto sanzioni di carattere amministrativo. Qui si parla di reati penali ed è necessario un riconoscimento legislativo.

Nell’ottobre 2015, è stata consegnata una proposta di intervento sulla riforma dei reati agroalimentari, costituita da 49 articoli. Siamo nel 2017 ed è ancora ferma al Consiglio dei Ministri. Dobbiamo sospettare che ci siano delle resistenze interne?
Sicuramente c’è una fase di discussione accesa e vivace, com’è normale che sia quando si tratta di temi significativi e quando si cambiano le norme di applicazione anche in termini sanzionatori. C’è una contro reazione da parte di chi, pur non avendo legami diretti con la criminalità organizzata, svolge attività di trasformazione. Costoro vorrebbero che tutto rimanesse invariato per trarne vantaggio. Noi, invece, in rappresentanza soprattutto dell’interesse delle imprese agricole, vogliamo e richiediamo il massimo della trasparenza nelle filiere produttive.

A proposito di trasparenza, con tutte le indicazioni che troviamo ormai sulle etichette, non sarebbe opportuno cominciare a scrivere sui prodotti ‘mafia free’?
Le forme di etichettatura sono la maggiore garanzia a beneficio del consumatore e del cittadino. Non sarebbe di secondaria importanza estenderle e introdurle nei menù dei ristoranti. Conoscere la provenienza delle materie prime utilizzate nella trasformazione dei prodotti in piatti può sembrare banale, ma fa la differenza. Permetterebbe di far crescere ulteriormente il livello qualitativo della nostra ristorazione.

Ci si batte tanto per difendere il made in Italy all’estero, ma possiamo dire che il falso made in Italy è anche un po’ “Cosa Nostra”?
Se ci riferiamo al mercato straniero, dobbiamo parlare di italian sounding. Cioè, quello che viene venduto per italiano quando italiano non è. Un fenomeno che non è necessariamente legato alla criminalità organizzata. Ci sono industrie agroalimentari estere che copiano o richiamano nomi e prodotti italiani utilizzando materia prima che non proviene assolutamente dal nostro Paese o dai nostri territori, né viene trasformata e lavorata nelle nostre industrie. L’ italian sounding rappresenta sicuramente un danno economico e d’immagine del nostro agroalimentare. Ma sarebbe del tutto fuorviante pensare che siano soltanto i produttori stranieri a danneggiare il patrimonio italiano. I nostri prodotti all’estero garantiscono grandi potenzialità di guadagno ed è ciò che interessa alle organizzazioni criminali. Producono prodotti a basso costo, utilizzando materie prime di scarsa qualità, per poi venderli fuori dall’Italia al prezzo del vero made in Italy.

Cosa possiamo fare oltre a informare e a tenere alta l’attenzione nell’opinione pubblica?
Possiamo fare molto. Soffriamo di una disinformazione ormai più legata ai social che ai media tradizionali. C’è un condizionamento determinato da interessi economici che tendono a modificare e a indirizzare le abitudini e i consumi dei cittadini. Partendo dal presupposto che tutti dobbiamo alimentarci in qualche modo, occorre promuovere una corretta alimentazione, controllata e ‘pulita’. Purtroppo, questo non avviene. Si seguono le mode del momento e gli interessi personali.
Servirebbero campagne pubblicitarie che facciano percepire, per esempio, che spendere 5 centesimi in più su un litro di latte, la cui provenienza è certa e trasparente, non è un sacrificio in più ma un risparmio. L’acquisto di prodotti di qualità comporta una diminuzione della spesa sanitaria non soltanto personale, ma anche collettiva. Ne consegue un duplice vantaggio. Da una parte, avremmo una riduzione delle tasse. Dall’altra, si eviterebbero spese per eventuali problemi di salute.

Parlando di informazione, si potrebbe pensare a un impegno istituzionale più proficuo?
Noi ci esponiamo sempre. Ci sono stati casi in cui alcuni dei nostri dirigenti Coldiretti hanno avuto problemi nei loro territori per le posizioni prese. Siamo in prima linea nella lotta alle agromafie e non abbiamo intenzione di fare passi indietro. Riteniamo che ci sia una parte sana di questo Paese, che è la maggioranza dei cittadini, che condivide le battaglie che stiamo portando avanti. Vorremmo che le istituzioni ci accompagnassero di più. Un Paese che ha a cuore il benessere dei propri cittadini, dovrebbe investire nell’educazione alimentare all’interno degli istituti scolastici. Noi, come organizzazione, lo facciamo. L’Italia ha nell’agroalimentare il suo punto di forza. È abbastanza strano che questo impegno non sia promosso dalle istituzioni e venga semplicemente demandato. No?

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